Giancarlo Elia Valori
L’ultimo potere forte
1. Il
manager che ama l’aglio
2.
Dai dinosauri alla new economy
3. Il
ragazzo prodigio
4.
Armi & agenti segreti
5. Amiche toghe
6. Vip,
cene e giornali
7.
Valori, ultimo atto
1. Il manager
che ama l’aglio
Chissà se è davvero, come dicono tanti, l’uomo più
potente d’Italia. Certo è uno dei più temuti. E dei
più misteriosi. E con le migliori relazioni
internazionali. Sicuramente Giancarlo Elia Valori, il
supermanager che lascia dietro di sé una scia di odore
d’aglio (lo divora a spicchi, crudo, convinto delle
sue virtù salutari) è l’unico sopravvissuto di una
specie ormai estinta: quella dei boiardi di Stato. Tutti
gli esemplari della specie sono scomparsi: i
potentissimi membri della casta che presidiava le
imprese pubbliche per conto dei boss dei vecchi partiti
sono stati spazzati via da Mani Pulite, dal tramonto
della Prima Repubblica, dalla nuovelle vague delle
privatizzazioni... Ma lui, il Manager, Professore, il
Signor Autostrade, è sopravvissuto felicemente al
crollo della Nomenklatura (e non è la prima volta che
attraversa il fuoco come una salamandra). Ha pilotato la
privatizzazione della società Autostrade, restandone -
caso unico - presidente. E continua a
collezionare onori, cariche, poltrone. Ora, come
amministratore delegato, alle Autostrade è arrivato un
manager forte, Vito Gamberale; e Valori, a cui non basta
fare il presidente di rappresentanza, ha cominciato a
cercare altri spazi di potere. Tanto per cominciare,
all’inizio di marzo è stato eletto presidente
dell’Unione Industriali di Roma, ma non ha certo
intenzione di fermarsi lì: sta decidendo che cosa farà
da grande, e ha (come sempre) grandi idee. La prossima
poltrona potrebbe essere tutta politica; non gli
dispiacerebbe, per esempio, quella di sindaco della
capitale. In questo caso, trasversale com’è, avrebbe
un solo imbarazzo: scegliere se essere candidato dalla
destra o dalla sinistra. Ma chi è davvero Giancarlo
Elia Valori, l’inossidabile? Raccontarlo non è
facile. Attorno a lui aleggiano leggende nere, che
odorano, più che d’aglio, di incenso e, nello stesso
tempo, di zolfo. è circondato da una barriera di
protezione e di silenzio. Chi lo conosce bene, pur senza
amarlo, sembra averne un sacro terrore. Tanto che viene
la voglia, per una volta, di dimenticare la Regola
Numero Uno del Bravo Giornalista («Non tediare il
povero lettore con il racconto delle difficoltà
incontrate nel raccogliere le notizie»), perché quelle
difficoltà fanno parte del personaggio. Perfino una
persona coraggiosa e senza scheletri nella cassapanca
come Tina Anselmi, mitica presidente della Commissione
parlamentare sulla P2, appena sentito il nome fatidico
si blocca: «Non insista, io su quel signore non ho
nulla da dire». Se risponde così lei, figuratevi gli
altri. E, visto il personaggio, abituato a essere
trattato più che bene dai giornali, non ci si potrà
stupire neppure dei sospetti dietrologici con cui
potrebbe essere accolta un’inchiesta sul Signor
Autostrade: ma chi c’è dietro? quale gioco fanno? per
conto di chi? E invece dietro - è la stampa, bellezza -
c’è solo la curiosità per una maschera del teatro
italiano del potere, c’è la voglia di capire perché
Giancarlo Elia Valori è così potente, così
misterioso, così temuto, così inossidabile. E, allora,
proviamo a raccontarlo, partendo dal presente.
2. Dai
dinosauri alla new economy
Valori dal marzo 1995 è presidente della Autostrade spa,
la più grande rete autostradale del mondo, con i suoi 3
mila chilometri d’asfalto, 3.200 miliardi di
fatturato, 426 di utili. Ma ci tiene a qualificarsi,
prima che come manager, come «professore»: anche se le
sue cattedre sono solo onorarie, virtuali, una a Pechino
(«Economia e politica internazionale») e una a
Gerusalemme («Studi sulla pace e la cooperazione
regionale»). L’elenco delle onorificenze, poi,
riempie mezza pagina: cavaliere di Gran Croce della
Repubblica italiana, cavaliere dell’Ordine di Isabella
la Cattolica, cavaliere della Legion d’Onore e un
vasto campionario di medaglie e riconoscimenti
collezionati in giro per il mondo, a partire
dall’Argentina e dalla Corea. La nuova poltrona che ha
appena aggiunto alla sua collezione, quella di
presidente degli industriali romani, è stata invece,
fino a oggi, una briscola bassa, di poco valore, perché
è al Nord che sta la grande industria privata. Ma ora,
dopo le privatizzazioni, nel club romano sono entrate
anche le ex imprese di Stato, il gigante Telecom, le
Autostrade... Valori non ha perso tempo e si è subito
piazzato. Lo ha fatto a modo suo, senza contrasti
apparenti: ha incontrato il candidato naturale,
espressione dei piccoli imprenditori romani (Gennaro
Moccia) e lo ha velocemente convinto a ritirare la
candidatura. Appena designato, ha incassato i
complimenti di Francesco Rutelli, sindaco di Roma («Valori
rappresenta la novità, ma anche la continuità...»). E
ha subito buttato lì, in un intervento sul molto
ospitale Messaggero, l’idea di Roma «cerniera tra
Nord e Sud», tra «due Italie» da avvicinare: e come,
se non con un paio di belle autostrade («riqualificazione
della Salerno,Reggio Calabria e trasformazione della
Taranto,Reggio») e un bel ponte sullo Stretto di
Messina? In questo programma, Valori trova una sponda
sinistra dentro il governo D’Alema: in quel Marco
Minniti che è il braccio destro del presidente del
Consiglio, ma prima ancora è un politico calabrese, che
tanto si sta dando da fare per portare sviluppo (cioè
soldi e lavori pubblici) alla sua regione. Un altro tema
che Valori ha subito toccato dopo la sua ultima nomina,
anche se non c’entrava niente, profuma di new economy:
è il programma di Blu, il consorzio per la telefonia di
cui è presidente. «Vogliamo grossi partner che
rappresentino innanzitutto gli interessi nazionali e poi
i grandi interessi europei». Blu (soci: Autostrade, cioè
Benetton e il gruppo Caltagirone, più Mediaset, più
British Telecom) è il quarto gestore Gsm e ha
partecipato alla gara per le licenze Umts, il sistema
che unisce telefonino e servizi internet, per poi
ritirarsi a metà gara, per decisione di British Telecom.
Una figuraccia per tutti. Questa volta, Valori non è
riuscito a dimostrare di saper passare dai dinosauri di
Stato alla new economy. Chissà che cosa gli riserverà
il futuro. Ma intanto, per conoscere il
personaggio, è necessario tuffarsi nel passato dei
dinosauri.
3. Il ragazzo prodigio
Giancarlo Elia nasce a Meolo, un paesotto vicino a San
Donà di Piave non distante da Venezia, il 27 gennaio
1940, sotto il segno dell’Acquario. I genitori sono
toscani, il padre Marco è compagno di scuola di
Amintore Fanfani. Il ragazzo studia Economia e commercio
e si trasferisce presto a Roma. Gli piacciono da morire
gli ambienti vaticani, le divise e i riti della curia
romana. Riesce a diventare «Cameriere di spada e cappa»:
è la prima onorificenza della sua collezione, è il
1963, Giancarlo Elia ha 23 anni. C’è una foto che lo
ritrae, giovanissimo, accanto all’uomo allora più
potente Oltretevere, il cardinale Alfredo Ottaviani. Il
fratello maggiore di Giancarlo, Leo, ex partigiano
bianco, mandato da Enrico Mattei fin dal 1948 in
Argentina a rappresentare l’Eni, lo introduce invece
negli ambienti del governo di Buenos Aires. Il
presidente Arturo Frondizi era amico del fratello, tanto
da diventare padrino dei suoi figli. Nel 1965, a 25
anni, Giancarlo Elia entra nella Rai di Ettore Bernabei,
prima come consulente e poi come funzionario: si occupa
di relazioni internazionali, è una sorta di enfant
prodige, stringere relazioni è la sua specialità.
Ottime quelle con le curie, incredibili quelle con
l’estero. Efficiente, attivissimo, ben introdotto: così
lo ricorda lo scrittore Alvise Zorzi, che in quegli anni
era condirettore centrale Rai per i rapporti esterni.
Valori si specializza in dittatori: Kim Il Sung in Corea
del Nord, Nicolae Ceausescu in Romania, i dirigenti
della Cina. Nei primi anni Settanta organizza una visita
in Italia di Frondizi, presidente democratico
dell’Argentina tra il 1958 e il 1962, che fa
incontrare con diverse personalità italiane. Ma Valori
conosce bene anche l’ex dittatore argentino Juan
Domingo Peron, a quei tempi esule a Madrid. è
il fratello che gli passa i contatti, poi Giancarlo li
coltiva. La nuova moglie di Peron, Isabelita, diventa
amica della madre di Valori. E quando i due argentini
vengono a Roma, sono ospiti di casa Valori, a Trastevere.
Il 12 marzo 1972, dopo un lavorio durato sette mesi,
sullo sfondo di un fitto impegno di lobby industriali
internazionali, il trentaduenne Giancarlo Elia riesce a
far incontrare a Madrid, faccia a faccia, Frondizi e
Peron, l’ex presidente e l’ex dittatore: è la prima
pietra del trionfale ritorno di Peron in Argentina.
Quando Peron nel 1973 torna in Argentina da trionfatore,
sull’aereo che lo porta da Madrid a Buenos Aires,
insieme ai notabili peronisti, alla moglie Isabelita e
al cadavere di Evita trafugato dal cimitero di Milano,
ci sono due italiani: Licio Gelli e Giancarlo Elia
Valori. I rapporti con l’Argentina sono anche rapporti
massonici. E il cattolicissimo, papalino Giancarlo,
malgrado la scomunica vaticana per i Liberi Muratori,
comincia prestissimo a frequentare le Logge. A 25 anni
si iscrive alla Loggia Romagnosi del Grande Oriente. Un
anno dopo, nel 1966, si presenta però alle elezioni
amministrative di Roma nelle liste della Dc, senza
avvisare la Loggia: viene sottoposto a processo
massonico e radiato. «Non accettarono la mia linea»,
tenterà di spiegare poi Valori, «del dialogo tra
cattolicesimo e massoneria». Nel 1973, un iscritto alla
Loggia Romagnosi che aveva voglia di mettersi in
proprio, un certo Licio Gelli, lo contatta perché sa
dei suoi ottimi rapporti con l’Argentina, lo iscrive
al Centro Culturale Europeo (in realtà è la Loggia P2)
e lo coinvolge in una società di import,export chiamata
Ase. Che cosa importi e che cosa esporti - carne, armi,
informazioni - non è dato sapere. Valori comunque
sostiene di esserne uscito subito, lasciando Gelli al
suo destino. Non prima, però, di avegli presentato, a
Roma, all’Hotel Excelsior, il presidente Peron e il
suo braccio destro, l’esoterico José Lopez Rega. Dopo
il ritorno di Peron al potere, il rapporto con Gelli si
rompe: il Gran Maestro della P2 gli scippa il contatto
con l’Argentina, stringendo un rapporto diretto con
Lopez Rega, che approfittando della malattia di Peron
diventa il vero padrone del Paese. Valori lo disprezza:
«Fino al ritorno di Peron in Argentina, Lopez Rega
aveva un ruolo puramente da cameriere, ai colloqui di
Peron non partecipava mai, se non per servire una bibita
o un caffè... Era autore di un libro intitolato
dall’Alfa all’Omega nel quale parlava di una chiesa
al di sopra delle chiese. Un pazzo, io lo ritenevo,
spessissimo nelle nostre conversazioni parlava di queste
cose che mi facevano veramente ridere». Intanto, però,
Gelli strappa a Valori il mercato (massonico, di
contatti, di affari) argentino. Lo scontro Gelli,Valori,
dunque, si conclude apparentemente con la sconfitta di
quest’ultimo, che risulta infatti l’unico espulso
dalla P2. Visto oggi, però, a vincere è Valori.
4. Armi &
agenti segreti
Nei primi anni Settanta, l’attivissimo Valori,
stregato dal potere e dai suoi riti, si avvicina anche
all’ambiente dei servizi segreti. Nel 1972 conosce
Mino Pecorelli, giornalista che si muove in quel mondo e
che dal suo giornale Op lancia messaggi, avvertimenti,
ricatti. «Mi attaccava, non capivo perché», dichiarerà
poi Valori alla Commissione parlamentare sulla P2.
Allora lo contatta, e subito i rapporti tra i due
diventano molto stretti: telefonate quotidiane, incontri
frequenti. Spesso la domenica Pecorelli passa con la
macchina a prendere Valori, che non guida, per serene
gite nei dintorni di Roma. Ma è Pecorelli a inventare e
diffondere quel soprannome allusivo, che accenna ai suoi
contatti in Oriente e che lo fa andare su tutte le
furie: Fiore di Loto. Sempre nel 1972, in Rai, Valori
conosce Nicola Falde, ufficiale del Servizio di
sicurezza militare a quell’epoca di fatto infiltrato
nella Rai: «Cominciò allora la nostra frequentazione e
la sua richiesta di giudizi su varie persone», ammetterà
Valori molti anni dopo, nel 1996, davanti al giudice
Rosario Priore, in un interrogatorio rimasto finora
segreto. «Sapevo della provenienza dal Sid, Ufficio Ris,
del Falde, che si occupava di conferire pareri di
sicurezza circa l’esportazione di armamento». Valori
diventa insomma fonte di Falde dentro la Rai,
arricchisce i suoi contatti con l’estero (Cina, Corea,
Romania, ma anche Stati Uniti, Canada, America
Latina...) e si spiana la carriera dentro le aziende di
Stato. Nel 1976, a 36 anni, è vicedirettore generale di
Italstrade. «Avevo già realizzato», confessa a
Priore, «che i servizi potevano avere un ruolo incisivo
circa l’apertura economico,commerciale verso i mercati
esteri, in particolar modo verso Libia, Iran, Algeria,
Arabia Saudita e Turchia. Così nacque il mio contatto
con Santovito». Giuseppe Santovito all’epoca è
comandante del Comiliter di Roma e in seguito diventerà
direttore del Sismi, il servizio segreto militare. è
iscritto alla P2, come tanti altri amici e conoscenti di
Valori in quegli anni: il magistrato Carmelo Spagnuolo,
il faccendiere Francesco Pazienza, il giornalista Mino
Pecorelli, l’agente Nicola Falde... «Conoscendo i
rapporti che il Servizio aveva all’epoca con tutto il
mondo arabo - come l’Arabia Saudita e la Libia - io
chiesi al generale Santovito di tenere presente,
nell’ambito della legalità e degli interessi dello
Stato, la società dell’Italstrade, società a
capitale Iri, per eventuali lavori da compiere in quei
Paesi. Per questa ragione», dichiara Valori a Priore,
«vedevo di tanto in tanto il generale Santovito e
qualche volta lo sentivo per via telefonica. Sono stato,
ma raramente, presso il suo ufficio in via XX Settembre
e più di sovente presso la sua abitazione in via
Flaminia». Spionaggio e affari. Appalti e barbe finte.
In questo contesto Santovito, diventato capo del Sismi,
nel 1978 presenta a Valori due libici che lo possono
aiutare a ottenere commesse nei Paesi arabi: Salem
Moussa e Ladheri Azzedine. In quegli anni, spiega
Valori, Italstrade puntava a realizzare ponti e strade
in Libia e la diga di Karakaya in Turchia. Ma
evidentemente i due libici avevano in corso affari anche
più pericolosi, perché Azzedine viene trovato morto,
nel 1980, a Milano. «Lessi dai giornali che era morto.
Certamente non di morte naturale», dichiara Valori a
verbale. Ma nega di aver avuto a che fare con
triangolazioni di armi: «Mai fatto da intermediario tra
la Libia e la Fiat. Escludo di essermi mai interessato a
commesse per la vendita di aerei o di armi alla Libia.
Mai concluso affari di missili e aerei G47». Ammette
però di aver mosso i primi passi all’ombra di
Francesco Rota, direttore generale del San Paolo di
Torino prima, della Fiat poi. E di avere, trentenne,
redatto per la Fiat «analisi finanziarie internazionali
sul mercato sudamericano, francese ed europeo». Ed
è costretto ad ammettere di avere avuto a che fare con
la società finanziaria Sophinia, in affari con il mondo
arabo. «Avevo poco più di trent’anni», sottolinea
Valori. «Vi ero entrato su invito di Davide Pellegrini,
vecchio amico del Quirinale». Di più, non dice.
5. Amiche toghe
Forte dei suoi rapporti particolari, Valori procede
nella sua carriera di boiardo di Stato. Lo scandalo P2,
nel 1981, lo colpisce, ma solo di striscio: sulle liste
di Castiglion Fibocchi è scritto: «Valori Giancarlo.
Professore. Espulso». La Commissione parlamentare
presieduta da Tina Anselmi riesce a sentirlo il 7 aprile
1983, solo dopo molte insistenze di alcuni commissari, e
solo in seduta segreta. Pochi i commissari che lo
bersagliano di domande vere; tra questi, Rino Formica,
Giorgio Pisanò e Libero Riccardelli. Formica è
convinto che Valori faccia traffico d’armi per i
Servizi; Pisanò e Riccardelli ritengono che Valori sia
stato la mente che, per vendette interne al gruppo P2,
ha fatto scoppiare lo scandalo dei petroli, fornendo le
informazioni sulla truffa (già nota ai servizi segreti)
a due magistrati di Treviso, Domenico Labozzetta e
Felice Napolitano. Valori, come al solito, nega. Ma i
commissari insistono, sono convinti che Valori sia
temuto da nemici e amici perché è in grado di arrivare
a dossier riservati e di scatenare indagini giudiziarie.
Valori durante la seduta continua a negare, ma fuori
dall’aula non gli dispiace essere temuto. Contatti con
magistrati ne ha tanti, e dove non ne ha gli piace che
gli altri pensino che li abbia. Del resto, proprio da un
magistrato ha iniziato la sua carriera: coltivando, per
incarico della Rai, le relazioni con il procuratore
generale di Roma Carmelo Spagnuolo che aveva appena
avocato, strappandola al magistrato naturale,
un’indagine su irregolarità contabili dell’ente
radiotelevisivo di Stato. I contatti tra Valori e
Spagnuolo sono intensi. Al termine, l’indagine sulla
Rai è archiviata. Poi per agganciare i magistrati si
inventa un’associazione: l’Istituto per le relazioni
internazionali, che ha organizzato convegni invitando
personalità (da Guido Carli a Ugo La Malfa, da Frondizi
al governatore della Banca d’Israele David Oroviz) e
coinvolgendo una folla di giudici.
Temeva Valori anche Romano Prodi, due volte presidente
dell’Iri e quindi suo «superiore». Il primo mandato
lo definì «il mio Vietnam»: tra i vietcong che gli
facevano la guerra c’era anche Valori, ai tempi
vicepresidente della Sme, la finanziaria agroalimentare
dell’Iri. Prodi, che non vuole piduisti attorno, nel
1984 non lo ricandida ai vertici dell’azienda. Valori
riesce però a farsi collocare alla presidenza della
Sirti, una società della Stet, che allora era
presieduta da Michele Principe (anch’egli iscritto
alla P2). E promette vendetta. è lui infatti il
sospettato numero uno del siluro sparato in quegli anni
contro Prodi: un’inchiesta giudiziaria del procuratore
romano Luciano Infelisi su Nomisma, la società di
consulenza di Prodi a Bologna. Intanto Valori nel 1987
torna alla Sme, come presidente della Gs (supermercati).
E nel 1990, spinto dal nuovo presidente dell’Iri
Franco Nobili, si siede finalmente sulla agognata
poltrona di presidente della Sme. Poi, nel 1995,
nominato dal presidente dell’Iri Michele Tedeschi
durante il governo Dini, diventa il Signore delle
Autostrade.
6. Vip, cene e
giornali
Non è solo Cesare Romiti affezionato alle presentazioni
dei suoi libri (una biografia di Ceausescu, una di Ben
Gurion, il volume L’eredità di Mao, i saggi La pace
difficile, Quattro scritti sulla pace nel mondo, La
privatizzazione delle aziende dei servizi pubblici...).
Sono tante, tantissime le personalità che corrono ai
Valori-show, allietati dalla presenza di Carlo Rossella
nella veste di presentatore, dell’ex presidente della
Repubblica Francesco Cossiga che arriva a braccetto con
l’ex amministratore dell’Alitalia Giovanni Bisignani,
del produttore Vittorio Cecchi Gori sorridente,
dell’ex presidente della Corte costituzionale Antonio
Baldassarre, del ragioniere generale dello Stato Andrea
Monorchio, del segretario della Uil Pietro Larizza
(calabrese, dunque come Valori tifoso del ponte sullo
Stretto). E di tanti, tanti altri. I giornali sono
abituati a trattarlo con i guanti. I grandi quotidiani
gli recensiscono i libri e raccontano con toni da
Agenzia Stefani le cronache delle presentazioni
infarcite di vip. Il Messaggero ospita i suoi articoli
in prima pagina. E Panorama per lui ha inventato, in un
numero del febbraio scorso, il genere giornalistico del
«doppio servizio»: a pagina 70 un articolo di Marcella
Andreoli che racconta le imbarazzanti telefonate
(intercettate) tra il cardinale di Napoli Michele
Giordano e Valori, alla ricerca di sostegni per Telon,
un suo consorzio di telefonia («Eminenza, se entriamo
noi, la Nokia apre uno stabilimento anche ad Avellino...»),
con il direttore dell’Osservatore romano Mario Agnes
che su Valori lancia comunque avvertimenti al cardinale
(«Vostra eminenza deve sapere che questo è Loggia nel
senso stretto del termine...»); e a pagina 113 una
entusiastica intervista di Tino Oldani allo stesso
Valori sui suoi mirabolanti progetti nelle
telecomunicazioni, dal titolo Valori della New economy («Rispondo
con le stesse parole usate da Bill Clinton nel recente
seminario di Davos...»). Valori è un professionista
del contatto, un Nobel dei rapporti, un sacerdote delle
pubbliche relazioni. Scrive lunghe lettere vergate a
mano («Carissimo...») anche a chi ha visto una volta
soltanto, non dimentica un compleanno, un anniversario,
un’inaugurazione dell’anno giudiziario. Sembrerebbe
non aver altro da fare che organizzare cene, incontri,
presentazioni, convegni, inaugurazioni, messe votive,
concerti di Natale. Specialista in lauree honoris causa,
a fine febbraio (secondo quanto ha scritto il quotidiano
Il Mattino di Padova) ha voluto far concedere al capo
della Polizia Fernando Masone la cittadinanza onoraria
di Padova, dove è sindaco la sua amica Giustina Destro.
Ogni tanto, però, l’aggancio salta. Come quella volta
che aveva organizzato una cena, in un albergo vicino
all’aeroporto di Torino Caselle, a conclusione del
funerale del dipendente della Società Autostrade morto
nel rogo del Tunnel del Monte Bianco. Quando ha saputo
che era stato invitato anche il magistrato che stava
indagando sulla sciagura, il presidente dell’Iri (da
cui Autostrade dipendeva prima della privatizzazione)
Gian Maria Gros-Pietro ha fiutato che l’incontro non
era opportuno ed è volato a Roma.
7. Valori, ultimo atto
C’è stato, in verità, qualche magistrato che Valori
non l’ha incontrato a cena, ma l’ha convocato per
interrogarlo, nel corso di qualche indagine delicata.
Domenico Sica ed Ernesto Cudillo sulla P2, Carlo Palermo
sui traffici d’armi, Rosario Priore sui suoi rapporti
con i Paesi arabi, nel contesto dell’inchiesta sulla
strage di Ustica. Invece il pool Mani Pulite, che ha
fatto un’ecatombe dei suoi colleghi boiardi, non ha
trovato nulla contro di lui. L’unica ombra di
Tangentopoli che lo ha sfiorato è un versamento di 150
milioni nel giugno 1991; ne parla, al sostituto
procuratore di Milano Francesco Greco, Giuseppe
Garofano, allora presidente della Montedison: «Si è
trattato di un versamento da me effettuato a favore di
Valori Giancarlo Elia, attuale presidente della Sme, che
all’epoca aveva prestato consulenze
professionali alla Montedison. Il Valori mi chiese di
erogare la somma in nero e per contanti, per motivi
fiscali». Invece di darli, i soldi, come gli altri
boiardi che finanziavano i partiti, questa volta lui li
prende. Ma i magistrati di Mani Pulite non trovano
ulteriori conferme e del resto il versamento in sé non
costituisce reato, a parte la presunta evasione fiscale
e la bizzarria, per un manager pubblico, di fornire
consulenze a un’industria privata concorrente. Mani
Pulite non è riuscita a togliere niente a Valori,
Valori invece ha portato via qualcosa a Mani Pulite:
Angelo Alfonso, già segretario del procuratore di
Milano Francesco Saverio Borrelli, diventato
collaboratore del Signor Autostrade. Dopodiché,
superata d’un balzo l’era di Tangentopoli, Giancarlo
Elia Valori si è presentato all’appuntamento con le
privatizzazioni. Non troppo puntuale, magari, con
qualche frenata, ma alla fine la sua Sme è andata ai
privati. La Cirio-Bertolli-De Rica a una sconosciuta
finanziaria nelle mani di uno sconosciuto finanziere,
Saverio Lamiranda, che compra e subito rivende il latte
a Sergio Cragnotti e l’olio all’Unilever. La
plusvalenza realizzata dallo spezzettamento, così, non
va nelle casse dello Stato, ma chissà dove. Poi è la
volta degli Autogrill, che sono conquistati dalla
famiglia Benetton. Passato alle Autostrade, Valori
compie il suo capolavoro: prima frena, sostenendo che le
autostrade sono troppo importanti perché lo Stato non
mantenga un ruolo nel settore, poi si dà da fare per
venderle alla cordata capeggiata dai Benetton e da
Franco Caltagirone (quello della Vianini costruzioni e
del Messaggero), mantenendo salda la poltrona e intatto
il suo potere. Ci riesce. Aprendosi al «nuovo che
avanza». Intanto le sue relazioni internazionali si
sono consolidate. Ha progetti autostradali negli Stati
Uniti, in Gran Bretagna, in Francia. In Israele vuole
realizzare «l’autostrada della pace». In Corea vuole
unire le due capitali, finora nemiche, del Nord e del
Sud. Nella sua casa romana continua a ospitare
personaggi di caratura internazionale, come quel Joachim
Bitterlich, consigliere di Helmut Kohl per la politica
internazionale, che vi passò in un momento delicato,
quando l’Italia premeva per entrare nell’Euro e la
Germania di Kohl frenava. Ora Valori ha cancellato dalla
sua bibliografia sul Who’s who il libro su Ceausescu,
ha dimenticato le amicizie strette con libici e arabi, e
punta tutto sui rapporti con Israele. L’unica donna
della sua vita, la madre Emilia, per la quale fa
celebrare una grande messa ogni anno, il 15 novembre
1998 ha ottenuto l’onore di avere un albero (un ulivo)
piantato nel Giardino dei Giusti, a Gerusalemme, dove
sono ricordati i non ebrei che hanno aiutato il popolo
ebraico. Motivazione: Emilia Valori durante la
Resistenza salvò dalle deportazioni numerose famiglie
ebraiche. Durante la cerimonia a Gerusalemme, Shimon
Peres in persona ha sottolineato «il grande ruolo che
Giancarlo Valori ha svolto nel riconoscimento reciproco
tra Israele e la Cina». Grazie alle sue relazioni con i
dirigenti cinesi, infatti, Valori ha posto le premesse
per il primo viaggio di Peres a Pechino, nel maggio
1993. Dieci anni prima, Valori è stato protagonista di
un’azione che gli israeliani non dimenticheranno mai.
Così la racconta lui stesso, interrogato a proposito
dal giudice Priore: «Nel 1988 mi attivai per la
liberazione di tre ostaggi ebrei francesi catturati
dagli iraniani in Iran. La richiesta mi pervenne da
amici francesi di ambiente governativo che mi dissero
trattarsi di un “caso umano”. Mi rivolsi al
presidente della Corea del Nord, Kim Il Sung, da me
conosciuto nel 1975 allorché per la Rai mi recai in
Estremo Oriente per allacciare contatti utili
all’apertura di uffici». Il contatto funziona, gli
iraniani liberano gli ostaggi, Valori è insignito dal
presidente francese François Mitterrand della Legion
d’Onore, da esibire sul revers della giacca nelle
grandi occasioni, accanto al nastrino di Cavaliere di
Gran Croce conferitogli da Cossiga. Con tutti questi
onori e con tutta la sua storia, oggi Giancarlo Elia
Valori progetta il suo futuro, in un mondo che non è più
quello in cui si muoveva Fiore di Loto. Gli piacciono
gli onori accademici, ama gli ambienti internazionali,
strizza l’occhio alla new economy, forse fa un
pensierino alla politica. Comunque non vuole uscire di
scena. Sarebbe contrario alla sua religione, quella del
Potere. (gb)
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