| Francesco
Delfino

1. Il mafioso che portò a Riina
2.
La leggenda sull’eroico capitano
3.
Le imprese del «capitano Palinuro»
4. La strage
nera
5. Le mani
sulle Br
6.
L’antimafia del generale
7.
Affari e politica, un’indagine a Catania
8.
Laureato in sequestri: Sardegna, Brescia, Milano, ancora
Brescia
Il 23 gennaio 2001 la Corte di cassazione ha reso
definitiva la condanna per il generale dei carabinieri
Francesco Delfino: tre anni e quattro mesi di
reclusione, per truffa aggravata. Secondo la sentenza,
Delfino avrebbe approfittato del rapimento del suo amico
Giuseppe Soffiantini, per truffare alla famiglia 800
milioni, in cambio della promessa di far liberare il
sequestrato. Ma Delfino ha una lunga storia nera alle
spalle. Eccola.
1. Il mafioso che portò a Riina
Nella notte tra l'8 e il 9 gennaio 1993, in una
stanzetta del Nucleo operativo dei Carabinieri di
Novara, un meccanico di 39 anni, abitante a Borgomanero,
chiede di parlare con un capo, un pezzo grosso, un
generale: deve fare una scelta radicale, può rivelare
cose delicatissime. è stato arrestato a sorpresa nella
sua officina, gli hanno trovato una pistola Tanfoglio.
Ma sa bene che non è per quell'arma che lo tengono
blindato. Si chiama Baldàssare Di Maggio detto
Balduccio, è nato a San Giuseppe Jato provincia di
Palermo, è uomo d'onore, boss di Cosa Nostra, molto
vicino al capo dei capi, Totò Riina 'o Curtu. Balduccio
è fuggito al Nord perché ha capito che nello scontro
che lo oppone a Giovanni Brusca, 'o Curtu si è
schierato con i Brusca: vuol dire essere già morti.
Sono ormai le due di notte quando, chiamato dal tenente
colonnello Vincenzo Giuliani, comandante provinciale dei
Carabinieri di Novara, arriva il «pezzo grosso» che
Baldàssare ha chiesto. è il generale dei carabinieri
Francesco Delfino.
Quella notte iniziò la collaborazione di Balduccio Di
Maggio e la caccia a Riina. Quella notte il generale
Delfino tentò di aggiungere un altro mattone alla sua
carriera e nuovo lustro alla sua leggenda: usare Di
Maggio per farsi portare da Riina. «Sono disposto a
rivelare quanto so su Cosa Nostra. A instaurare un
rapporto di collaborazione solo ed esclusivamente con il
generale Delfino, con il colonnello Tassi, il tenente
colonnello Giuliani e magistrati solo se accompagnati da
uno dei predetti ufficiali»: questo è l'impegno che
viene fatto sottoscrivere a Balduccio dal generale. Di
Maggio riempie due fogli di schizzi e indicazioni, con
«l'ubicazione delle due ville dove ho visto in Palermo
Totò Riina». A pagina 13 il verbale ribadisce: «Sono
comunque disponibile a continuare la collaborazione alle
condizioni che ho dettato all'inizio e cioè di poter
parlare con il generale Delfino, il colonnello Tassi e
il tenente colonnello Giuliani e con un magistrato da
uno dei tre accompagnato...».
Quella notte, a Novara, furono ben tredici i carabinieri
che firmarono, insieme a Delfino, il fatidico verbale.
Quella notte nacquero molti dei misteri aperti ancora
oggi attorno a Di Maggio. Fu il solo Delfino a
interrogare Balduccio, dicono voci raccolte dentro
l'Arma, e le tredici firme furono aggiunte a verbale
chiuso. Il generale interrogò Di Maggio senza averne la
facoltà, poiché non era stato delegato da alcun
magistrato a svolgere funzioni di polizia giudiziaria.
La dottoressa Marina Caroselli, il giovane pubblico
ministero di Novara che si occupò del caso, ebbe anzi
uno scontro durissimo con il generale, che si comportò
con lei in modo volgare, prima insinuante e poi
aggressivo.
Quella notte Di Maggio parlò anche di Andreotti, ma
Delfino gli disse di lasciar perdere l'argomento, di
concentrarsi invece su Riina; e gli promise un miliardo:
andò davvero così? Solo Delfino e Balduccio sanno la
verità. Certo è che, dopo quella notte, la vicenda non
si sviluppò come Delfino sperava. Di Maggio fu
trasferito a Palermo e la cattura di Riina fu realizzata
dal Ros (il Raggruppamento Operativo Speciale dei
Carabinieri) del generale Mario Mori e del capitano «Ultimo».
Ma Delfino ha comunque tentato di accreditarsi come
l'uomo che permise la cattura del boss dei boss:
diffondendo una versione dei fatti secondo cui è tutto
suo il merito della cattura di Riina.
Campioni d’Italia
Francesco Delfino
2. La
leggenda sull’eroico capitano
Quante leggende, attorno all’«ufficiale più decorato
dei Carabinieri», oggi condannato in via definitiva per
aver estorto quasi un miliardo alla famiglia Soffiantini.
Ma anche quante imprecisioni, ambiguità, bugie, diffuse
grazie a un’ottima capacità di tessere rapporti con
la stampa. Delfino è abilissimo a costruire il proprio
personaggio, a nutrire il mito. Sparge informazioni che
lo accreditano come l’uomo che ha arrestato Curcio nel
1976, anche se non è vero. Non ha mai lavorato
all’antiterrorismo insieme al generale Carlo Alberto
dalla Chiesa, malgrado lo abbia lasciato credere. Non ha
avuto un ruolo determinante nell’arresto di Riina,
benché se lo sia attribuito.
Le imprecisioni e le bugie iniziano fin dalla fondazione
della sua leggenda: lo scrittore Corrado Alvaro avrebbe
«cantato le gesta di Massaru Peppi», al secolo
Giuseppe Delfino, brigadiere dei Carabinieri e padre del
generale. Ma Alvaro, in Gente in Aspromonte, Massaru
Peppi non lo nomina proprio. In un racconto di Alvaro,
Il canto di Cosima, compare sì un carabiniere, chiamato
«il Delfino», ma trattato non proprio con deferenza:
«Ma sì, il Delfino serviva la legge; altrimenti, così
malizioso, sarebbe stato un ladro che non lo avrebbe
acchiappato nessuno».
Quasi una profezia. Semmai è il fratello del generale,
Antonio Delfino, insegnante, preside e giornalista, a
creare, insieme, il mito del padre (Massaru Peppi lo
sbirro) e del suo antagonista (Nirta il pecoraio): nel
libro Gente di Calabria celebra l’epopea di un
carabiniere in lotta contro una criminalità contadina
dedita ai furti di capre e pecore, ben diversa dalla
’Ndrangheta organizzata, cresciuta nel secondo
dopoguerra. Oggi, dopo che «il Delfino» è stato «acchiappato»,
qualcuno ha scritto che l’arresto di un generale dei
Carabinieri è un cattivo segnale per il Paese.
Ma perfino dentro l’Arma ora qualcuno ha il coraggio
di dire che il cattivo segnale è un altro, è che certi
personaggi in questo Paese abbiano potuto diventare
generali, è che quel generale non sia stato fermato
prima. La storia di Delfino è la storia degli incubi
della Repubblica. La sua carriera ha attraversato tutti
i grumi oscuri del paese, dall’eversione nera alle
stragi, dal terrorismo rosso alla mafia siciliana, dai
sequestri di persona della ’Ndrangheta calabrese fino
a quelli dell’Anonima sarda. Fino all’arresto e alla
condanna per il sequestro Soffiantini, occasione per
mettere in fila tanti capitoli che formano, insieme, la
vita di un uomo spregiudicato e la storia di un paese a
legalità limitata.
Campioni d’Italia
Francesco Delfino
3. Le
imprese del «capitano Palinuro»
Francesco Delfino nasce il 27 settembre 1936 a Platì,
provincia di Reggio Calabria, paese ad altissima densità
mafiosa. Dopo il liceo classico frequentato a Locri
entra nell’Arma e frequenta la Scuola allievi
sottufficiali. Nel 1957, vicebrigadiere a Rho, in
provincia di Milano, conosce Carla Valsesia, bella
professoressa di Lettere, che diventa sua moglie. Poi
per due anni è a Modena, all’Accademia militare, da
cui esce sottotenente. A Roma frequenta la Scuola
ufficiali, poi nel 1963 torna al Nord, a Verolanuova,
nel Bresciano, come tenente.
Nel 1965 approda a Luino, sul Lago Maggiore. Si iscrive
alla facoltà di Scienze politiche a Pavia. Ma comincia
a costruire una sua rete di rapporti. Racconterà, molti
anni dopo, il «pentito» di ’Ndrangheta Saverio
Morabito a Piero Colaprico e Luca Fazzo: «Mio padre,
gli ultimi giorni di luglio, ogni volta che dovevamo
andare in Calabria per le ferie, cominciava a prepararsi
e faceva una capatina in Svizzera, a fare il
rifornimento di sigarette. A Luino all’epoca c’era
il tenente Francesco Delfino. Mio padre gli telefonava,
andava a trovarlo, passavano la giornata insieme, poi
mio padre andava dall’altra parte del confine, faceva
rifornimento di sigarette, zucchero, caffè, cioccolato,
caricava, caricava...».
Nel 1969 a Delfino danno la tenenza di Sòrgolo, nel
Nuorese, e nel 1970, a Cagliari, si laurea con una tesi
sui sequestri di persona. Il ragazzo è sveglio. In
Sardegna, da capitano, indaga sulla serie nera dei
rapimenti del ’70, arresta Giuseppe Càmpana detto il
Rubbino, luogotenente di Graziano Mesina, e scopre gli
autori della strage di Lanusei, cinque morti.
Nel 1971 si trasferisce a Brescia: inizia la sua
carriera d’oro, e iniziano le voci che già lo
indicano come uomo dei servizi segreti. Comincia a
indagare su alcuni misteriosi attentati alle linee
ferroviarie in Valtellina. Opera del Mar, il Movimento
di Azione Rivoluzionaria guidato da Carlo Fumagalli,
partigiano «bianco» e, negli anni Sessanta, agente Cia
nello Yemen: il Mar è una formazione armata
anticomunista, golpista, ma non fascista; una struttura
filoatlantica, a disposizione degli oltranzisti
filoamericani, con saldi contatti dentro le istituzioni.
Nonostante quei contatti, il 9 maggio 1974 Delfino
arresta Fumagalli. «Ho preso Carletto!», telefona
contento agli amici.
Due mesi prima, il 9 marzo, aveva bloccato due
neofascisti delle Sam (Squadre di Azione Mussolini), Kim
Borromeo e Giorgio Spedini. Erano a bordo di un’auto
imbottita d’esplosivi. L’operazione era stata
realizzata grazie a Luigi Maifredi, uno dei tanti «confidenti»
di cui è piena la carriera di Delfino: più che
informatori per prevenire reati, veri e propri agenti
provocatori con il compito di gestire dall’interno
operazioni illegali. L’arresto dei due fascisti,
lasciati percorrere indisturbati un lungo tratto di
strada e poi bloccati proprio a Sonico, in provincia di
Brescia, serve a Delfino per incardinare a Brescia (cioè
a se stesso) le indagini sul Mar di Fumagalli.
Campioni d’Italia
Francesco Delfino
4. La strage nera
Nella notte tra il 18 e il 19 maggio esplode in piazza
Mercato a Brescia un ragazzino neofascista, Silvio
Ferrari, a cavallo di una Vespa che trasportava una
carica di tritolo. La fidanzata di Ferrari è una bella
ragazza diciassettenne, Ombretta Giacomazzi. Molti anni
dopo, Ombretta sposerà Carlo Soffiantini, uno dei figli
dell’industriale sequestrato. Oggi Giordano, fratello
di Carlo, ha dichiarato: «Delfino, quando era capitano,
aveva indotto Ombretta a testimoniare il falso, dopo
averla arrestata». Ma il culmine di quel tremendo 1974,
anno di stragi, d’intrighi e di colpi di Stato
minacciati, è il 28 maggio: in piazza della Loggia, a
Brescia, esplode una bomba che fa otto morti e 94
feriti. Delfino porta ai giudici, che per la strage
stanno seguendo la pista dei fascisti milanesi, un
colpevole bresciano, Ermanno Buzzi. È Ugo Bonati, un
uomo della banda di Buzzi, ad accusare quella strana
figura di fascista e trafficante d’arte.
Bonati, poi, scompare e ancor oggi non si sa che fine
abbia fatto. Buzzi è ucciso da suoi camerati nel
carcere di Novara, strangolato con le stringhe delle
scarpe. E la strage di Brescia è restata senza
colpevoli. Il senatore Giovanni Pellegrino scrive nella
sua proposta di relazione alla Commissione parlamentare
sulle stragi: «Lascia adito a fortissime perplessità
la circostanza che il capitano Delfino imprima
all’inchiesta su piazza della Loggia una direzione che
si è rivelata improduttiva, indirizzandola verso lo
sgangherato ed eterogeneo gruppo che ruotava attorno a
Ermanno Buzzi. Dall’altro lato, avviene che
l’inchiesta sul Mar non raggiunga quel grado di
approfondimento che avrebbe potuto consentire il
disvelamento del contesto eversivo in cui la strage
bresciana può oggi affermarsi inserita».
Oggi è possibile sapere qualcosa di più del
capitano Delfino, il carabiniere che arrestava i «neri»:
secondo alcuni testimoni, era un «nero» egli stesso,
invischiato nel grande gioco dell’eversione degli anni
Settanta. O meglio: era un uomo dello Stato che,
all’occorrenza, si faceva passare per «nero» e usava
spregiudicatamente i «camerati» per la sporca guerra
senza esclusione di colpi che si stava combattendo.
Racconta Carmine Dominici, ferroviere, ’ndranghetaro
politicizzato, neofascista di Avanguardia Nazionale (al
giudice di Milano Guido Salvini, verbale del 29
settembre 1994): «So che esisteva un ufficiale dei
Carabinieri che curava il trasporto di timer ed
esplosivi verso il nostro ambiente avanguardista
calabrese. Non so il nome, ma so per certo che un
ufficiale dei Carabinieri a cognome Delfino,
appartenente a una Loggia massonica, era legato ad
Avanguardia Nazionale. Era considerato “dei nostri”.
Specifico che con la parola “nostri” indicavamo
coloro che anche operativamente operavano con
Avanguardia, a differenza della parola “vicini” con
la quale indicavamo coloro che davano appoggio, ma senza
partecipare a fasi operative; tra questi ricordo il
Miceli e il Birindelli».
Perché Avanguardia Nazionale aveva stretto contatti
con Delfino? Perché, risponde Dominici a Salvini nel
1994, «erano notori i legami di Delfino con la
criminalità organizzata e quindi era da considerare
interlocutore di adeguato livello». Ne risulta un bel
mix di eversione e criminalità, di «neri» e di
mafiosi, in cui gli uomini dello Stato, di alcuni
apparati segreti dello Stato, giocano un gioco
pericoloso. Delfino in quegli apparati è dentro fino al
collo: è lui, dicono oggi i magistrati di Roma, quel «capitano
Palinuro» che nel giugno 1973 partecipa a una cruciale
riunione a Milano, nella zona della Galleria Vittorio
Emanuele, per mettere a punto i piani del Golpe
Borghese. Erano presenti, oltre a «Palinuro», tutte le
componenti politiche e militari del piano, il colonnello
Amos Spiazzi, i finanziatori genovesi De Marchi e
Lercari (amministratore della Piaggio), un capo di
Ordine Nuovo rimasto sconosciuto.
È Delfino, ribadiscono oggi le carte processuali,
quel «capitano Palinuro» che forniva alle Sam armi ed
esplosivi (tra cui gelignite). Maestro del doppio gioco:
«Palinuro» dava armi ai camerati, Delfino poi, quando
conveniva, li arrestava (come aveva fatto con Borromeo e
Spedini). Sempre nel 1974, tramontato il progetto
golpista, aveva portato in carcere anche Adamo Degli
Occhi, l’avvocato milanese leader della Maggioranza
Silenziosa, movimento d’opinione con il compito di
sostenere le azioni dei golpisti. Secondo i documenti
trasmessi a Roma dal giudice Salvini, Delfino sarebbe
uno degli ufficiali italiani più vicini alla Cia, il
servizio segreto degli Stati Uniti: e fin dai primi anni
Settanta. Lui, davanti alla Commissione stragi riunita
in seduta segreta, nega: «Vengo continuamente pedinato,
io, dalla Cia. E ho dovuto lasciare gli Stati Uniti,
forse perché ho toccato qualcosa che non dovevo toccare».
Eppure il neofascista Biagio Pitarresi (quello che ha
raccontato lo stupro «di Stato» ai danni di Franca
Rame) parlò di Delfino con Carlo Rocchi, uomo della Cia
a Milano: «Rocchi mi disse che mi avrebbe portato a
conoscere il generale Delfino, che era “uno dei
loro”, ossia persona legata ai servizi statunitensi, e
che avrebbe dovuto provvedere alla mia copertura dopo
l’esecuzione dell’attentato». Quale attentato?
Quello che era in preparazione nei confronti del
procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio,
coordinatore del pool Mani pulite, e che fu davvero
tentato (ma sventato per la prontezza di un uomo della
scorta) il 14 aprile 1995.
Francesco Delfino
5. Le mani sulle Br
Encomi e medaglie al generale sono arrivati anche per «l’ottimo
lavoro» svolto nei confronti del terrorismo rosso.
Lavoro «doppio», anche in questo caso. Delfino, dopo
le esperienze bresciane, nel dicembre 1975 è distaccato
a Milano con la sua squadretta: deve occuparsi di
brigatisti. Dopo qualche settimana di pedinamenti, viene
scoperto il «covo» di via Maderno 10.
Quando però, il 18 gennaio 1976, gli uomini
dell’allora maggiore Nicolò Bozzo arrestano (con
tanto di conflitto a fuoco) Renato Curcio e Nadia
Mantovani, Delfino è già nelle Marche, sulle tracce di
Patrizio Peci. Nel marzo 1976 è invece presente di
persona, pistola in pugno, alla Stazione Centrale di
Milano e dopo un conflitto a fuoco arresta il brigatista
Giorgio Semeria, appena sceso dal treno proveniente da
Venezia. È un informatore, anche questa volta, la carta
vincente di Delfino: un padovano fiancheggiatore delle
Br lo avverte del viaggio di Semeria.
Nel 1978, quando le Brigate Rosse fanno il colpo
grosso, cioè il sequestro del presidente della Dc Aldo
Moro, la mano di Delfino si fa sentire ancor più
pesante. «Un suo uomo, Antonio Nirta, della
’Ndrangheta calabrese, è presente in via Fani al
momento del rapimento»: così racconta il «pentito»
calabrese Saverio Morabito al magistrato milanese
Alberto Nobili, che manda a Roma le carte raccolte.
Il sostituto procuratore Antonio Marini procede nelle
indagini e si imbatte in un altro personaggio, Alessio
Casimirri, brigatista rosso diventato confidente di
Delfino: Casimirri avrebbe raccontato al generale che
era in preparazione il rapimento Moro e Delfino, invece
di avvertire i magistrati, avrebbe passato la notizia al
Sismi, il servizio segreto militare.
Risultato: Moro ucciso il 9 maggio 1978, Casimirri «esfiltrato»
dai servizi prima in Francia e poi in Nicaragua, Delfino
promosso il 6 giugno 1978 e passato al Sismi. Incarichi
all’estero, ad Ankara, Bruxelles, Il Cairo, Stati
Uniti...
Campioni d’Italia
Francesco Delfino
6. L’antimafia
del generale
Delfino rispunta in Italia nel 1887, con il grado di
colonnello (anche se non ha mai comandato prima, come è
d’uso tra i Carabinieri, una compagnia e un gruppo).
Dopo aver attraversato terrorismo nero e rosso, si tuffa
nella nuova emergenza nazionale: Cosa Nostra. In attesa
di un nuovo incarico è inviato a Palermo come
vicecomandante della Legione. Un incarico non operativo,
dicono all’Arma, un parcheggio: aveva la responsabilità
dell’ufficio amministrazione, della motorizzazione e
dell’infermeria.
Ma Delfino non la racconta così: sostiene di aver
raccolto 400 uomini in un capannone dove erano riparati
gli elicotteri e, «senza dire a nessuno l’obiettivo
perché è mia abitudine non fidarmi di nessuno», di
essere partito alla ricerca di Riina. Dove? Nella villa
in costruzione di Balduccio Di Maggio. «Purtroppo»,
racconta Delfino alla Commissione parlamentare antimafia
il 25 giugno 1997, «non ho trovato Riina in quella
villa in costruzione, quasi ultimata, di un personaggio
che nessuno conosceva come l’autista di Riina».
La leggenda aggiunge particolari mirabolanti
all’impresa di Delfino a Palermo: la scoperta di
lunghissimi cunicoli sotterranei che partivano dalla
villa di Di Maggio; l’esplosione dell’auto di
Delfino, addirittura nel cortile della sede della
Legione... Agli altri Carabinieri tutto ciò non
risulta. Vero è invece che Delfino viene assegnato al
comando della Legione di Alessandria. «Dissero che a
Palermo mi agitavo troppo», spiega Delfino alla
Commissione antimafia, lasciando capire che la sua
intenzione di cercare davvero i boss latitanti era stata
la causa del suo allontanamento.
Delfino cerca di rientrare in gioco a Palermo quando
a Novara gli capita tra le mani Di Maggio: per una
assoluta casualità (Balduccio, arrestato a Borgomanero
su impulso dei Carabinieri di Palermo che avevano
cominciato a cercarlo già nel primo semestre del 1992,
chiede di parlare con un pezzo grosso, un generale,
durante quella lunghissima notte del 9 gennaio ’93 a
Novara). Che cosa si dissero, quella notte, Delfino e Di
Maggio? Il generale promise davvero un miliardo a
Balduccio in caso di «pentimento»? Balduccio raccontò
davvero già in quelle ore la storia del bacio tra Riina
e Andreotti, che Delfino si guardò bene dal mettere a
verbale? Ci furono altri patti segreti stipulati quella
notte?
Certo è che Delfino non consegnò quello strano
verbale, firmato da ben quattordici carabinieri, al
magistrato di turno della procura di Novara, la
dottoressa Caroselli, ma lo portò a Gian Carlo Caselli,
che era a Torino in attesa di partire per Palermo, dove,
dopo la morte di Giovanni Falcone, aveva chiesto di
andare a fare il procuratore della Repubblica. Delfino
cercò di agganciarsi a Caselli e di essere trascinato
con lui in Sicilia, a occuparsi delle ricerche di Riina.
Ma Caselli non accettò l’offerta e Delfino fu allora
costretto a trasmettere gli atti a Palermo, dove entrò
in scena la squadra di «Ultimo». Con tutto ciò,
Delfino non mancò di far filtrare sulla stampa che il
merito della cattura di Riina era suo. E, prima di ciò,
fece trapelare la notizia dell’arresto di Di Maggio e
del suo «pentimento», che doveva restare segreto il più
a lungo possibile.
Campioni d’Italia
Francesco Delfino
7. Affari
e politica, un’indagine a Catania
Il nome di Delfino ricompare, a sorpresa, in un’altra
indagine di mafia. I magistrati di Catania mettono sotto
osservazione, attorno al 1994, un gruppo di colletti
bianchi che fa riferimento ai boss di Cosa Nostra Nitto
Santapaola, Aldo Ercolano e Giuseppe Pulvirenti. Quei
colletti bianchi sono l’uomo d’affari catanese
Felice Cultrera e i suoi soci, Gianni Meninno a Bologna
e Walter Beneforti a Milano, in contatto, tra l’altro,
anche con Alberto Dell’Utri.
I business che hanno in corso sono di tutto rispetto: la
costruzione di 5 mila appartamenti a Tenerife;
l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul,
Praga, Malta, Montecarlo, da usare per riciclare denaro
sporco; la commercializzazione e la ricettazione di
titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti
e l’acquisto di elicotteri (con la presenza
nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste
sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo
Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in
Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto,
Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong
Kong, Montecarlo... Un vortice di movimenti, di
contatti, di incontri.
Ma mentre Cultrera e soci fanno affari che dimostrano
una vastissima disponibilità di capitali, non
dimenticano di stringere rapporti ad alto livello con
uomini della politica e con rappresentati dello Stato.
Cultrera, Meninno e Beneforti parlano più volte al
telefono, intercettati dagli uomini della Dia, con
personaggi delle istituzioni e perfino con un notissimo
generale dei carabinieri: Delfino, appunto, che nel 1994
è a Roma, al vertice della Direzione centrale
antidroga. Ore 23.04 del 15 gennaio 1994: Cultrera
conversa con il suo socio Meninno. Questi fa cenno «al
generale» e raccomanda a Cultrera di «non insistere»,
assicurando che seguirà lui personalmente «la cosa»
con Beneforti.
La mattina del 2 febbraio seguente, alle 9.12,
Cultrera chiama Beneforti da Lisbona e gli dice che «è
il momento buono» per andare a Roma. Il suo
interlocutore risponde che telefonerà subito «a
quell’amico» per fissare un appuntamento. Alle 9.18,
appena chiusa la conversazione, compone lo 06.51994435.
è un numero del ministero dell’Interno, Direzione
centrale antidroga. «Pronto, sono il dottor Franz»,
dice Beneforti al centralinista, mentendo sulla propria
identità. «Vorrei parlare con il Comandante». Quando
gli viene passato Delfino, gli si rivolge con familiarità,
dandogli del tu, e gli comunica che «c’è qualche
buona speranza filatelica» che spera di portare a
conclusione entro il mese di febbraio. Il generale
risponde che ha capito.
Poi Beneforti dice che avrebbe piacere d’incontrarlo,
di fare una chiacchierata con lui per fare il punto
sulla situazione; e chiede se può portare la persona
che «lui sa». Delfino risponde di no. Alle rimostranze
di Beneforti, il generale replica che spiegherà il
perché quando parleranno di persona. «Ma c’è
qualcosa su di lui?», chiede Beneforti. E Delfino: «Ma
c’è..., c’è..., c’è e non c’è. è che lui lo
deve capire!». I due chiudono la conversazione dopo una
contrattazione sul luogo dell’incontro e la decisione
di risentirsi al telefono il lunedì successivo.
Walter Beneforti è una vecchia conoscenza di chi ha
qualche familiarità con le vicende nere d’Italia.
Durante la guerra lavorò per i servizi speciali della
polizia americana a Trieste, in quegli anni punto di
convergenza dei servizi segreti di ogni parte del mondo.
Nel 1956 fu inviato a Roma, all’Ufficio Affari
Riservati. Fino al 1960, quando cadde il governo
Tambroni, realizzò per la Cia azioni di spionaggio e
controllo nei confronti dei politici italiani,
democristiani in primo luogo. Poi fu trasferito a
Frosinone, indi arrivò a Milano come capo della
Criminalpol. Nel 1971 presentò ufficialmente le
dimissioni, anche se di fatto rientrò negli Affari
Riservati. Nel 1973 fu coinvolto nell’inchiesta delle
intercettazioni telefoniche insieme a Tom Ponzi, fu
arrestato e restò per mesi in carcere. Venne arrestato
di nuovo nel 1976 e nel 1978, coinvolto in traffici e
riciclaggio di denaro dei sequestri.
Campioni d’Italia
Francesco Delfino
8. Laureato
in sequestri: Sardegna, Brescia, Milano, ancora Brescia
Francesco Delfino sui sequestri di persona la sa davvero
lunga. Non soltanto per la sua tesi di laurea. Ma per
averli incontrati sul campo, prima in Sardegna nel 1970,
poi a Brescia dal 1974, indi a Milano nel 1977, infine
ancora a Brescia, nel 1998. Esperto in sequestri. Oggi,
dopo ciò che è emerso sull’estorsione ai Soffiantini,
qualcuno dentro l’Arma rivanga brutte dicerie e vecchi
sospetti nati attorno alla gestione dei sequestri
Lucchini, Gnutti, Pinti, avvenuti a Brescia negli anni
Settanta: un furgone con 7 miliardi portato in Toscana,
che la leggenda dice essere stato guidato da Delfino in
persona; una Mercedes color aragosta regalata in seguito
all’ufficiale. Forse solo maldicenze, che oggi però
tornano in circolo a causa delle difficoltà in cui si
trova Delfino.
Più solide invece le accuse sulla gestione dei
sequestri a Milano, alla fine degli anni Settanta: una
storia che era costata al generale un avviso di
garanzia, ma che era poi stata archiviata dal
giudice nel novembre 1994. Con una formula, però, che
lascia aperti i dubbi e che oggi ripropone tutte le
domande lasciate senza risposta allora.
Il via all’indagine lo aveva dato Saverio Morabito,
ieri killer spietato della ’Ndrangheta al Nord, oggi
collaboratore di giustizia considerato di «attendibilità
pressocché assoluta». È lo stesso personaggio che
ricorda i bei tempi in cui suo padre andava a trovare il
giovane tenente Delfino a Luino prima di passare il
confine svizzero carico di materiale di contrabbando. «Delfino
ha raccolto le mie confidenze tanti anni fa», racconta
Morabito, «e alla fine ha mostrato un piccolo
registratore che aveva in una cartella e mi ha detto:
vedi, io avrei potuto registrare tutto, ma non ho
registrato niente. Se parlerai ai magistrati,
raccontagli quello che vuoi, ma non firmare niente».
Poi il generale, sibillino, aggiunge: «Ti
prometto che ti farò avere gli arresti domiciliari».
Morabito capisce, e tace. Solo tre anni dopo si decide a
parlare con il sostituto procuratore di Milano Alberto
Nobili: svelando i giochi pericolosi di Delfino, il suo
slalom infinito tra guardie e ladri.
Dopo Morabito, molti altri calabresi decidono di
parlare. Erano anni difficili. Mentre l’attenzione
dell’opinione pubblica era calamitata dalle azioni
eversive dei gruppi di estrema sinistra, la criminalità
organizzata accumulava ricchezze e potere. A Milano e in
Lombardia tra il 1976 e il ’77 l’allarme sequestri
aveva raggiunto il massimo grado. Delfino, allora
capitano, era attivissimo. Nel ’76 riesce a penetrare
nel covo dov’è tenuto prigioniero Carlo Alberghini
pronunciando addirittura la parola d’ordine dei
rapitori. Nel ’77 libera Erminio Rimoldi e arresta una
trentina di persone. Come riesce a ottenere questi
fulminei successi? «Avevo sei confidenti negli ambienti
dei calabresi di Corsico e di Buccinasco», risponde
Delfino. «Tra di noi c’è un infiltrato», si
allarmano i calabresi.
Delfino inizia a pedinare e intercettare boss e
soldati delle famiglie Sergi e Papalia. Sono i
compaesani di Platì e San Luca trapiantati a Corsico e
Buccinasco, nell’hinterland milanese. I controlli
iniziano esattamente un mese prima che venga messa a
segno una tripletta di sequestri in dieci giorni. Ma,
stranamente, i rapimenti non sono evitati. Anzi, proprio
nei giorni in cui avvengono i primi due (l’8 e il 16
maggio 1977) i servizi di pedinamento sono sospesi. Come
mai? Delfino ha un suo uomo detro il gruppo che li
organizza: è Antonio Nirta detto «Due Nasi», il nome
che in Calabria si dà al fucile a canne mozze. Ma il
capitano interviene solo a cose fatte: mette a segno «brillanti
operazioni» che gli valgono encomi, fama e avanzamento
di carriera. Più 300 milioni (una somma enorme, per
quegli anni), che dice di dividere tra i suoi sei
fantomatici confidenti. Racconta Mario Inzaghi, il
killer della banda: «Come poi abbiamo potuto capire
tutti chiaramente, siamo stati lasciati eseguire il
sequestro Galli e soprattutto il sequestro Scalari».
Poi Nirta è finito in carcere. Non lo chiamano più
«Due Nasi», ma «L’Esaurito». Fa il pazzo, cammina
avanti e indietro nella gabbia degli imputati durante i
processi, pronuncia discorsi complicati senza capo né
coda. Conosce molti dei segreti di Delfino, ma non
sembra volerli raccontare. Il generale, del resto, ha
dichiarato di non conoscere nessuno della famiglia Nirta.
«In questo modo», commenta Morabito, gli ha mandato a
dire: stattene tranquillo che io non ti tradirò».
Nella villa di Delfino a Meina, vicino a Novara, un
grande muro e un pesante cancello custodivano i suoi
segreti. Tra il giardino e la ferrovia ci sono
addirittura vetri antiproiettile.
Tempo fa Morabito ha confessato a Nobili: «Guardi,
dottore, i Sergi, i Papalia ci odieranno. Ma io di loro
non ho paura. Ho paura solo del generale Delfino». Ora
il generale che ha attraversato in silenzio tutti i
luoghi oscuri della storia recente del Paese è un
condannato definitivo. L’Italia ha un motivo in più
per fare chiarezza sul suo passato.
(gianni barbacetto, da «diario della settimana»)
|